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D per disdetta

In questi giorni ho avvertito una felpata (ma costantemente presente) esigenza di trasporre in rime pedantemente ritmate la ridda di pensieri che mi ha calpestato tutto l’interno cranio; tale sentore di sonetto, in me, è pesantemente fermo nella sua volontà, oserei dire indissolubile, probabilmente perché lo scorrere delle vicende terricole mi appare viscido, divelto da ogni accenno di ordine dolce (anche se sommariamente accennato) e per questo indegno di essere ricordato e riattualizzato se, ancora, nella sua forma di piatta e volgare caoticità. Esprimere questo grumo di ragionamenti è per me minuziosamente complesso, difatti credo di non esservi riuscito del tutto (o, forse, nemmeno in una lontanissima possibilità) in questa occasione: la pazienza e una certa dose di gocce di speme di letto mi consoleranno grossolanamente.
Tuttavia, ritornando al discorso, c’è da dire che la mia urgenza di tradurre il flusso indistinto del vero in intarsio ordinato del falso/vero (o falso-vero) non viene sempre dissetata, perché alle volte l’esistenza mi incide sulla pelle della mia esperienza vicende che, forse arbitrariamente, reputo non ‘adatte’ al rimodellamento poetico; nel momento stesso in cui sto scrivendo questa accozzaglia di dispiaceri, tuttavia, mi sto rendendo conto persino del fatto che probabilmente sarei poeta ancor più grave ed abile se riuscissi a ridurre in punti docilmente fermi (e rimati) anche le vicende più sghembe e fangose, le quali -in ultima analisi- sono le costanti di cui constano gran parte delle vicende umane.
Insomma, ho appurato che nemmeno bene il poeta so fare.
Per quel che riguarda l’antico gatto montano di cui vi ho più volte scritto, posso brevemente (graffio crudissimo) riassumervi che, con inspiegabile scatto, la foggia dei miei occhi per lei si è mutata da nube di miele ambrato a chiazza vitrea insipida. Come ulteriore esempio di fallimento, cito quanto più indirettamente possibile (ho ‘promesso’, ahimé) una conversazione notturna in cui sono stato (in ordine retorico, non alfabetico o di importanza oggettiva) sottovalutato, sottilmente sbeffeggiato, stravolto, demolito e spiazzato. Il mondo intero, insomma, appare dissuaso da ogni dimensione di senso o di logica.
Unico lumicino di aggraziata speme: i corpi e le menti di quei nodi di ossa e carne che condividono con me, alle volte, spazio e tempo. Non vi cito perché è vano, ma tanto -se leggerete fin qui- capirete.

Deambulo per caso

Dissuaso dall’esistere a causa di un ennesimo segnale di cuore in frantumi decisamente ignorato dall’ex-dolcissima D. (ora attuale sconosciuta), oggi decisi di immettermi nel mondo al già fresco sole, subito dopo il primo pomeriggio; fuoriuscito dal portone del palazzo (che ingloba al sesto piano la mia dimora) in compagnia di mio padre, da lui ricevetti una sorta di ammonizione/considerazione indirizzata ad una presunta leggerezza delle mie vesti, nonostante la scarsa decina di gradi vigente tutt’intorno. Nello specifico, l’ammonizione/considerazione fu ultimata dal genitore con una sorta di spannung esclamativo, teso -a suo avviso- a dissuadermi dal reiterare simili abitudini di vestiario: l’esclamazione finale fu infatti “Ma tu vestito così vuoi morire!”; la mia risposta, visto il silenzio immediatamente successivo, gli gelò il pensiero: esclamai (con una calma quasi lieta d’esser compresa) le seguenti parole: “Hai detto bene! Hai proprio detto bene”. In seguito, avvistai un film assurdo con un amico malconcio e certamente in procinto di incorporare febbri varie: il sonno ci avvinse diverse volte, a me personalmente -tuttavia- in modo mesto e fastidioso, simile all’affaccendarsi intorno a occhi e orecchie di moscerini incredibilmente piccoli e insieme rumorosi. Presso l’orario della cena, non volendo ancora inserirmi nel mio loculo/camera perché il silenzio è forte scroscio di nulla, che in un attimo prende le sembianze del volto dell’ex-dolcissima D.,  accompagnai inspiegabilmente una scalena coppia di amici a nutrirsi di spiccioli cibi da supermercato, per poi fare una passeggiata, fredda quanto immotivata  ed insolita (vista l’ora), lungo un’ideale linea esattamente diritta, priva di capo e di coda. L’unica consolazione della giornata, per quanto blanda ed intangibile, è stata una conversazione telefonica con un gatto di montagna che, forse inconsapevolmente, mi dona serenità, direzione e senso (pur se a brevissimo termine). è tristissimo vigere senza l’attenzione della mia ex futura moglie dai capelli rossi falsi (quanto stupendi e dolci), ma non ho scelta. Adesso, ahimé, non posso fare altro che aspettare il ritorno del suo amore, esangue, deambulando senza un ritmo certo.

Sul non vivere

Dato che i sonetti recentemente partoriti e pubblicati dal sottoscritto hanno avuto un successo relativamente vago, è opportuno che scolpisca le mie disdette senza gabbie metriche, ritmiche o obbligate alla rima (almeno per questa volta); è tuttavia ovvio che anche una prosa, se mortuaria, è destinata a permanere intatta (ossia non tastata o sfiorata da occhi), ma faccio quello che posso: la scelta è tra la scrittura cimiteriale e il lancio di me stesso da qualche alta rupe laterale.
Tornando alle mie disgrazie, mi sembra opportuno riferirvi che il mio attuale vivere è un’esperienza che non mi sento di poter augurare a nessuno, per assurdo nemmeno a chi mi causa questo perenne sgretolarsi di cuore e cervello. Mi sento esattamente immerso nel nulla: osservo gambe, braccia, teste e bocche altrui muoversi e dimenarsi e non ne  traggo alcun insegnamento, non mi pare nemmeno esatto cercare di imitare le loro movenze (che pur tento di emulare, per poi ritrovarmi -come dopotutto è giusto che sia- a fissare angoli e “finestre in sghembi e vasti sciami”), a dire il vero mi sembra che il mondo sia più pazzo del solito: come può tutto continuare a vigere e a scorrere, a suo modo, se colei che dava il fondamentale ritmo alla mia esistenza è scomparsa? Persino lei continua a sorgere dal letto al mattino come se niente fosse, ricercando già altri orizzonti da raggiungere che non siano le mie ossa di braccia (pur -sottolineo- nella continua quanto a questo punto INSPIEGABILE ricerca della mia vicinanza almeno verbale, vicinanza per la quale io sudo sangue e cuore). Il suo passo e le sue parole mi risuonano continuamente presso occhi e orecchie, si materializzano in decine di banali riferimenti extra nos (siano essi libri, odori, frasi, suoni, luoghi, entità, impressioni, forse, dubbi, animali): sarà così per lei? Io ritengo che sia impossibile il contrario; e, data l’impossibilità del contrario, a quale pieno agogna adesso, visto che il mondo si è paradossalmente svuotato (essendo privo della mia presenza)?
Il dio beffardo, l’insenziente Caso o non so quale viluppo di forze magnetiche ha fatto in modo che lei oggi si trovasse nello stesso luogo in cui mi sono inspiegabilmente venuto a trovare io, nello stesso momento; non l’ho né veduta né voluta vedere, della sua presenza sono stato avvisato. Ho invece trovato un veloce modo di fuggire in un corridoio sfatto e vuoto, che sfatto e vuoto è rimasto pur dopo il mio arrivo in esso: lei non mi ha ricercato, quando avrebbe potuto semplicemente fare una corsetta, avvinghiarmi e rivelarmi all’orecchio che nonostante in questo periodo avesse scosso energicamente la sua vita e il mondo circostante, nessun suono gradevole quanto quello delle nostre mani e bocche giunte insieme ne fosse provenuto. Ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto e nemmeno pare abbia detto qualcosa (QUALUNQUE cosa) riguardo la mia magra esistenza, così disseccata da essere quasi divenuta inesistenza, inconsistenza, non-vita, Nulla. Ultimamente mi sono accorto che a diversi individui (curiosamente aventi sia pene e testicoli che vagina e ovaie) risulto interessante e meritevole di sguardi e attenzioni, alla più bella do probabilmente l’impressione di entità di cui non curarsi, di una pagina già letta di un libro noioso che pur si deve leggere. Come fossi per l’appunto una frase (o una parola, o un solitario carattere) di quella pagina esclusivamente ormai da sfogliare e dimenticare, mi sento schiacciato tra i fogli senza possibilità di farmi leggere. Sono inchiostro inutile, come assolutamente inutile è tutto quello cui fino ad ora, in questo blog, avete assistito: il mio consiglio è quello di chiudere tutto e di andarvi a coricare.

Nascondersi è plausibile?

Se non si fosse ancora capito, per incominciare questo nuovo post vorrei sottolineare che pressoché tutto ciò che attualmente scrivo è diretto a certe pupille d’una testa (un tempo, ora chi lo sa?) rossastra, per me Testa fra le teste, testa che ieri ha ribadito (pur se in un silenzio forzato, strano a credersi, e in continuo -quasi quotidiano- reiterarsi dei suoi ronzii nei pressi dei miei occhi) la completa assenza di una qualsiasi speranza di ritorno tra le mie braccia e sul mio petto, nonché la sua ferma convinzione che in me, dopotutto, nulla vi è di prezioso o speciale. Immaginate, dunque, come la solare pietra di un cuore possa scheggiarsi in miriadi di coriandoli tristi, avendo udito constatazioni del genere indirizzate al proprio volto.
Tutto, attualmente, per questa ex-Testa rossastra cela o palesa più importanza della mia esistenza; che io sia trattato dai molti come frazione di mondo che non si vede, come affare di cui non curarsi, è per me abitudine -di cui per giunta mi vanto-, ma che alla ex-dolce D. ogni entità (persino la più bieca, superficiale o inutile) risulti più degna di nota della mia bella sagoma cadaverica è un dolore ineffabile, ed essendo dunque impossibile spiegare ulteriormente l’annerirsi del mio amore, non cercherò oltre di farlo.
Sopraggiunge in me, giustamente, un vago languore di dignità (definirlo desiderio sarebbe come mentire), giacché nonostante io perisca allegramente (e per allegramente intendo ‘in modo vivace’) e soffra come filo d’erba calpestato, riconosco che l’ex-dolce D. ha questa volta davvero esagerato. Potrò anche essere un essere in fin dei conti tristemente comune,
eppure pare strano che lei si sia accorta di ciò dopo quasi 3 anni di bara condivisa. Io, dal mio canto, ho la certezza di risalire la corrente di corpi vuoti che infanga le vie del mondo, e sebbene giacere con quella che amo sarebbe stata la mia più alta aspirazione è bene che mi elevi: pare banale, ma chi rifiuta l’oro che mi brilla tra dita ed occhi non è meritevole di averne nemmeno un pizzico. Dunque, in un tagliente distico (che forse spiegherò), vi illustrerò le mie attuali intenzioni:
Che un cancro mi dissecchi labbra e vene
se al Vuoto affido un giorno in più il mio Bene.
Non credo di avere la forza di voler spiegare, anche perché effettivamente mi pare tutto molto chiaro.
Nonostante la lieve voglia di resurrezione, tuttavia, è come se in fondo fosse pur sempre la stasi in un qualsiasi nascondiglio, a richiamarmi; ciò che però mi tiene lontano dall’adempimento di questa specie di esigenza è che di fatto, attualmente, non ho alcun nido, alcuna tana in cui ricoverarmi: la vita che porto in corpo è un continuo vagolare, senza meta né voglia di meta. Di conseguenza no, nascondersi NON è plausibile.
Per raccontarvi tutte queste belle lapidi relative all’incrinarsi della mia vita lieta da ex-futuro marito, sto per giunta deliberatamente non farvi partecipi di ulteriori sventure/vicende strane che mi sono capitate in questi giorni; forse, giusto per concedervi una velocissima possibilità di sbirciata nel fastidioso mondo di Gomesio il sepolto, vi spruzzerò rapidamente le più ‘gustose’ negli occhi: impossibilità a riscontrare per lunghissimo tempo un solo non-morto disposto a bere un caffè/cioccolata/veleno giusto per passare il tempo; mal di testa continuo (ora stranamente scomparso) nei pressi del retro del cranio che mi fa pensare che una colonia di gomitoli di tumori si sia ivi annidata; progetti di distrazioni (ovviamente disinteressate) con passanti di sesso femminile nel meriggio odierno completamente sfumati; progetti di inalazione di verdure nel mattino anch’essi completamente sfumati vista l’insorgenza di cugini falsamente malati e di padri pensionati; visioni di semi-prostitute pur se semi-ammogliate da periodi quadriennali che tuttavia consentono al primo venuto (che ovviamente non è il sottoscritto) di emettere apprezzamenti sulle proprie forme e di richiedere loro prestazioni sessuali senza alcuno scandalo, bensì quasi invece con divertito desiderio. Insomma, il mondo finisce a prescindere dalla mia esistenza.

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