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Dolci stranezze

Negli ultimi soli la mia esistenza si è fatta piu pesante e tagliente, rivoli di ricordi sanguigni mi sono scivolati da occhi e orecchie per l’ennesima volta (o almeno spero, anche se in realtà lo sostengo): persino l’ansia e l’angoscia si devono meritare, e chi atteggia la propria vita a spettacolino stereotipato da meno di 4 soldi bucati non dovrebbe ricevere attenzioni di alcun genere. Fino a ieri ritenevo, tuttavia, che gli occhi della ex-dolcissima D. (non so più chi sia) contenessero tepore, di conseguenza -una volta scorta una nota di pungentissima indifferenza sputata dalle sue dita al mio cervello- sono impazzito, anche se ad ogni modo lo scatto di morte ha acuito la ragione: dove trovare reale tepore, reale concentrazione di tenue serenità e dolcezza? Nonostante la risposta possa essere -secondo i molti- semplicemente calcolabile (sulla base dei miei lamenti precedenti), in verità vi dico che la soluzione -assolutamente inattesa- mi si illuminò dentro, in una collocazione che non saprei definirvi, sicuramente a metà strada tra cranio e cuore; se volessimo geograficamente individuare l’ubicazione di tale sorgente di miele silente, vi posso accennare che è situata in un luogo relativamente distantuccio dalla mia città, in mezzo a colli e monti che sembrano intonsi e placidi. Giudicato ciò, dunque, alla tarda ora delle 23 di ieri, partii savio ma pazzo alla volta di questo semi-lontano paesello, in un flusso di pioggia non forte; il tragitto fu liscio anche se stranamente rapido. Una volta giunto a destinazione, attesi qualche minuto in una sorta di umida nebbia, immerso nel silenzio distratto da qualche automobile fuori luogo, sfumacchiando tabacchi superflui: in brevissimo, tuttavia, il tiepido gatto spuntò da qualche stradina bella quanto isolata. Allora furono passeggiate presso vie dimenticate per finta, sedute sotto piccoli archi, visioni di particolari architettonici inspiegabili, fuga verso buie montagne frananti (una strada realmente scomparsa ci si prospettò innanzi), fino all’agognata -certamente da entrambi- pausa silenziosa nel buio più buio, dentro la mia automobile. All’inizio prevalsero le parole vaghe, poi nascondemmo nasi su colli e braccia su schiene, in modo imbarazzantemente naturale quanto rilassantemente emozionante. Poi fu il turno del miele definitivo, miele che sinceramente non pensavo di potermi e volermi aspettare né pensavo di poter donare; miele di volti molto vicini, che mi fece a tratti non udire più il ritmo della pioggia, nenia di tiepidissima tenebra che ci cullò fermi. Fattosi il folle orario delle 6, abbandonai con qualche carezza stranamente lieta il gatto montano, per dissiparmi tra un’incredibile nebbia d’alba verso casa. Il mondo era silenzioso, zitte le foglie ed i prati, nemmeno morti si percepivano, tutto era tregua: le uniche presenze che incontrai tra le umide valli furono quelle di pecorelle racchiuse da filo spinato nei pressi della strada; una di esse mi guardò, senza emettere verso alcuno. Nel cammino, la guardai anch’io: come essa rimase zitta, neanche io emisi belati di complicità, come per fare combaciare la sempiterna morte. Piove ancora, eppure sono calmo.

Deambulo per caso

Dissuaso dall’esistere a causa di un ennesimo segnale di cuore in frantumi decisamente ignorato dall’ex-dolcissima D. (ora attuale sconosciuta), oggi decisi di immettermi nel mondo al già fresco sole, subito dopo il primo pomeriggio; fuoriuscito dal portone del palazzo (che ingloba al sesto piano la mia dimora) in compagnia di mio padre, da lui ricevetti una sorta di ammonizione/considerazione indirizzata ad una presunta leggerezza delle mie vesti, nonostante la scarsa decina di gradi vigente tutt’intorno. Nello specifico, l’ammonizione/considerazione fu ultimata dal genitore con una sorta di spannung esclamativo, teso -a suo avviso- a dissuadermi dal reiterare simili abitudini di vestiario: l’esclamazione finale fu infatti “Ma tu vestito così vuoi morire!”; la mia risposta, visto il silenzio immediatamente successivo, gli gelò il pensiero: esclamai (con una calma quasi lieta d’esser compresa) le seguenti parole: “Hai detto bene! Hai proprio detto bene”. In seguito, avvistai un film assurdo con un amico malconcio e certamente in procinto di incorporare febbri varie: il sonno ci avvinse diverse volte, a me personalmente -tuttavia- in modo mesto e fastidioso, simile all’affaccendarsi intorno a occhi e orecchie di moscerini incredibilmente piccoli e insieme rumorosi. Presso l’orario della cena, non volendo ancora inserirmi nel mio loculo/camera perché il silenzio è forte scroscio di nulla, che in un attimo prende le sembianze del volto dell’ex-dolcissima D.,  accompagnai inspiegabilmente una scalena coppia di amici a nutrirsi di spiccioli cibi da supermercato, per poi fare una passeggiata, fredda quanto immotivata  ed insolita (vista l’ora), lungo un’ideale linea esattamente diritta, priva di capo e di coda. L’unica consolazione della giornata, per quanto blanda ed intangibile, è stata una conversazione telefonica con un gatto di montagna che, forse inconsapevolmente, mi dona serenità, direzione e senso (pur se a brevissimo termine). è tristissimo vigere senza l’attenzione della mia ex futura moglie dai capelli rossi falsi (quanto stupendi e dolci), ma non ho scelta. Adesso, ahimé, non posso fare altro che aspettare il ritorno del suo amore, esangue, deambulando senza un ritmo certo.

Solitudine

Se mi guardassi allo specchio con mediocre interesse (cosa che comunque non faccio per mancanza di forza, tempo e voglia) ritengo che scorgerei al limite una sorta di macchia acquea, qualcosa di quasi trasparente eppure livido, limpido ma tenebroso, una sorta di vapore rigido e disarmante, deprimente, palesemente limitato ed isolato e perciò cieco, triste. Oggi il sole espelle luce più o meno decisa, il mio cuore esala fiati che dal ritmo e dalla fragilità mi sembrano essere simbolo di morte immediata; avrei avuto bisogno di fingere di indaffararmi lontano da casa, ma gli individui che mi circondano hanno da sbrigare faccende intrise (almeno per loro) di vita, nessuno ha tempo di allontanarmi dal cappio o dal precipizio. Stanotte ho concepito un sogno: l’ex-dolcissima (ma attualmente sciocca, ahimé) D. dava segnali di ampissima tristezza, di cedimento, di desiderio pressoché evidente di ritorno tra le mie secche ciglia; ricordo di aver addirittura letto un post nel suo blog in cui (come al solito) accennava vagamente e indirettamente a questa futura scelta. Da questo scritto io capivo che, ad ogni modo, le sue intenzioni di farsi scrutare di nuovo nuca e labbra dal sottoscritto suonavano sporche di ripiego, il ritorno era forse dovuto ad una sorta di fallimento delle sue attuali (ed effettivamente fallimentari) prospettive di esistenza: ma a me andava bene così. Ero addirittura contento, mi pare. Dopo questa asserzione, il grado di solitudine delle mie ossa credo sia facilmente calcolabile da voi attuali fossili d’umanità: cane mi sento, docile e stupida belva che forse è accontentabile con sogni (e non realtà) di conciliazioni, di accomodamenti. Se qualcuno fosse disposto ad affidarmi qualche istante della propria compagnia ne sarei “lieto”. Ora mi adagio tra nozioni di linguistica italiana, più tardi forse annegherò momentaneamente nel solito caffé fuori casa. Da solo.

Nascondersi è plausibile?

Se non si fosse ancora capito, per incominciare questo nuovo post vorrei sottolineare che pressoché tutto ciò che attualmente scrivo è diretto a certe pupille d’una testa (un tempo, ora chi lo sa?) rossastra, per me Testa fra le teste, testa che ieri ha ribadito (pur se in un silenzio forzato, strano a credersi, e in continuo -quasi quotidiano- reiterarsi dei suoi ronzii nei pressi dei miei occhi) la completa assenza di una qualsiasi speranza di ritorno tra le mie braccia e sul mio petto, nonché la sua ferma convinzione che in me, dopotutto, nulla vi è di prezioso o speciale. Immaginate, dunque, come la solare pietra di un cuore possa scheggiarsi in miriadi di coriandoli tristi, avendo udito constatazioni del genere indirizzate al proprio volto.
Tutto, attualmente, per questa ex-Testa rossastra cela o palesa più importanza della mia esistenza; che io sia trattato dai molti come frazione di mondo che non si vede, come affare di cui non curarsi, è per me abitudine -di cui per giunta mi vanto-, ma che alla ex-dolce D. ogni entità (persino la più bieca, superficiale o inutile) risulti più degna di nota della mia bella sagoma cadaverica è un dolore ineffabile, ed essendo dunque impossibile spiegare ulteriormente l’annerirsi del mio amore, non cercherò oltre di farlo.
Sopraggiunge in me, giustamente, un vago languore di dignità (definirlo desiderio sarebbe come mentire), giacché nonostante io perisca allegramente (e per allegramente intendo ‘in modo vivace’) e soffra come filo d’erba calpestato, riconosco che l’ex-dolce D. ha questa volta davvero esagerato. Potrò anche essere un essere in fin dei conti tristemente comune,
eppure pare strano che lei si sia accorta di ciò dopo quasi 3 anni di bara condivisa. Io, dal mio canto, ho la certezza di risalire la corrente di corpi vuoti che infanga le vie del mondo, e sebbene giacere con quella che amo sarebbe stata la mia più alta aspirazione è bene che mi elevi: pare banale, ma chi rifiuta l’oro che mi brilla tra dita ed occhi non è meritevole di averne nemmeno un pizzico. Dunque, in un tagliente distico (che forse spiegherò), vi illustrerò le mie attuali intenzioni:
Che un cancro mi dissecchi labbra e vene
se al Vuoto affido un giorno in più il mio Bene.
Non credo di avere la forza di voler spiegare, anche perché effettivamente mi pare tutto molto chiaro.
Nonostante la lieve voglia di resurrezione, tuttavia, è come se in fondo fosse pur sempre la stasi in un qualsiasi nascondiglio, a richiamarmi; ciò che però mi tiene lontano dall’adempimento di questa specie di esigenza è che di fatto, attualmente, non ho alcun nido, alcuna tana in cui ricoverarmi: la vita che porto in corpo è un continuo vagolare, senza meta né voglia di meta. Di conseguenza no, nascondersi NON è plausibile.
Per raccontarvi tutte queste belle lapidi relative all’incrinarsi della mia vita lieta da ex-futuro marito, sto per giunta deliberatamente non farvi partecipi di ulteriori sventure/vicende strane che mi sono capitate in questi giorni; forse, giusto per concedervi una velocissima possibilità di sbirciata nel fastidioso mondo di Gomesio il sepolto, vi spruzzerò rapidamente le più ‘gustose’ negli occhi: impossibilità a riscontrare per lunghissimo tempo un solo non-morto disposto a bere un caffè/cioccolata/veleno giusto per passare il tempo; mal di testa continuo (ora stranamente scomparso) nei pressi del retro del cranio che mi fa pensare che una colonia di gomitoli di tumori si sia ivi annidata; progetti di distrazioni (ovviamente disinteressate) con passanti di sesso femminile nel meriggio odierno completamente sfumati; progetti di inalazione di verdure nel mattino anch’essi completamente sfumati vista l’insorgenza di cugini falsamente malati e di padri pensionati; visioni di semi-prostitute pur se semi-ammogliate da periodi quadriennali che tuttavia consentono al primo venuto (che ovviamente non è il sottoscritto) di emettere apprezzamenti sulle proprie forme e di richiedere loro prestazioni sessuali senza alcuno scandalo, bensì quasi invece con divertito desiderio. Insomma, il mondo finisce a prescindere dalla mia esistenza.

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