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Deambulo per caso

Dissuaso dall’esistere a causa di un ennesimo segnale di cuore in frantumi decisamente ignorato dall’ex-dolcissima D. (ora attuale sconosciuta), oggi decisi di immettermi nel mondo al già fresco sole, subito dopo il primo pomeriggio; fuoriuscito dal portone del palazzo (che ingloba al sesto piano la mia dimora) in compagnia di mio padre, da lui ricevetti una sorta di ammonizione/considerazione indirizzata ad una presunta leggerezza delle mie vesti, nonostante la scarsa decina di gradi vigente tutt’intorno. Nello specifico, l’ammonizione/considerazione fu ultimata dal genitore con una sorta di spannung esclamativo, teso -a suo avviso- a dissuadermi dal reiterare simili abitudini di vestiario: l’esclamazione finale fu infatti “Ma tu vestito così vuoi morire!”; la mia risposta, visto il silenzio immediatamente successivo, gli gelò il pensiero: esclamai (con una calma quasi lieta d’esser compresa) le seguenti parole: “Hai detto bene! Hai proprio detto bene”. In seguito, avvistai un film assurdo con un amico malconcio e certamente in procinto di incorporare febbri varie: il sonno ci avvinse diverse volte, a me personalmente -tuttavia- in modo mesto e fastidioso, simile all’affaccendarsi intorno a occhi e orecchie di moscerini incredibilmente piccoli e insieme rumorosi. Presso l’orario della cena, non volendo ancora inserirmi nel mio loculo/camera perché il silenzio è forte scroscio di nulla, che in un attimo prende le sembianze del volto dell’ex-dolcissima D.,  accompagnai inspiegabilmente una scalena coppia di amici a nutrirsi di spiccioli cibi da supermercato, per poi fare una passeggiata, fredda quanto immotivata  ed insolita (vista l’ora), lungo un’ideale linea esattamente diritta, priva di capo e di coda. L’unica consolazione della giornata, per quanto blanda ed intangibile, è stata una conversazione telefonica con un gatto di montagna che, forse inconsapevolmente, mi dona serenità, direzione e senso (pur se a brevissimo termine). è tristissimo vigere senza l’attenzione della mia ex futura moglie dai capelli rossi falsi (quanto stupendi e dolci), ma non ho scelta. Adesso, ahimé, non posso fare altro che aspettare il ritorno del suo amore, esangue, deambulando senza un ritmo certo.

Solitudine

Se mi guardassi allo specchio con mediocre interesse (cosa che comunque non faccio per mancanza di forza, tempo e voglia) ritengo che scorgerei al limite una sorta di macchia acquea, qualcosa di quasi trasparente eppure livido, limpido ma tenebroso, una sorta di vapore rigido e disarmante, deprimente, palesemente limitato ed isolato e perciò cieco, triste. Oggi il sole espelle luce più o meno decisa, il mio cuore esala fiati che dal ritmo e dalla fragilità mi sembrano essere simbolo di morte immediata; avrei avuto bisogno di fingere di indaffararmi lontano da casa, ma gli individui che mi circondano hanno da sbrigare faccende intrise (almeno per loro) di vita, nessuno ha tempo di allontanarmi dal cappio o dal precipizio. Stanotte ho concepito un sogno: l’ex-dolcissima (ma attualmente sciocca, ahimé) D. dava segnali di ampissima tristezza, di cedimento, di desiderio pressoché evidente di ritorno tra le mie secche ciglia; ricordo di aver addirittura letto un post nel suo blog in cui (come al solito) accennava vagamente e indirettamente a questa futura scelta. Da questo scritto io capivo che, ad ogni modo, le sue intenzioni di farsi scrutare di nuovo nuca e labbra dal sottoscritto suonavano sporche di ripiego, il ritorno era forse dovuto ad una sorta di fallimento delle sue attuali (ed effettivamente fallimentari) prospettive di esistenza: ma a me andava bene così. Ero addirittura contento, mi pare. Dopo questa asserzione, il grado di solitudine delle mie ossa credo sia facilmente calcolabile da voi attuali fossili d’umanità: cane mi sento, docile e stupida belva che forse è accontentabile con sogni (e non realtà) di conciliazioni, di accomodamenti. Se qualcuno fosse disposto ad affidarmi qualche istante della propria compagnia ne sarei “lieto”. Ora mi adagio tra nozioni di linguistica italiana, più tardi forse annegherò momentaneamente nel solito caffé fuori casa. Da solo.

Sul non vivere

Dato che i sonetti recentemente partoriti e pubblicati dal sottoscritto hanno avuto un successo relativamente vago, è opportuno che scolpisca le mie disdette senza gabbie metriche, ritmiche o obbligate alla rima (almeno per questa volta); è tuttavia ovvio che anche una prosa, se mortuaria, è destinata a permanere intatta (ossia non tastata o sfiorata da occhi), ma faccio quello che posso: la scelta è tra la scrittura cimiteriale e il lancio di me stesso da qualche alta rupe laterale.
Tornando alle mie disgrazie, mi sembra opportuno riferirvi che il mio attuale vivere è un’esperienza che non mi sento di poter augurare a nessuno, per assurdo nemmeno a chi mi causa questo perenne sgretolarsi di cuore e cervello. Mi sento esattamente immerso nel nulla: osservo gambe, braccia, teste e bocche altrui muoversi e dimenarsi e non ne  traggo alcun insegnamento, non mi pare nemmeno esatto cercare di imitare le loro movenze (che pur tento di emulare, per poi ritrovarmi -come dopotutto è giusto che sia- a fissare angoli e “finestre in sghembi e vasti sciami”), a dire il vero mi sembra che il mondo sia più pazzo del solito: come può tutto continuare a vigere e a scorrere, a suo modo, se colei che dava il fondamentale ritmo alla mia esistenza è scomparsa? Persino lei continua a sorgere dal letto al mattino come se niente fosse, ricercando già altri orizzonti da raggiungere che non siano le mie ossa di braccia (pur -sottolineo- nella continua quanto a questo punto INSPIEGABILE ricerca della mia vicinanza almeno verbale, vicinanza per la quale io sudo sangue e cuore). Il suo passo e le sue parole mi risuonano continuamente presso occhi e orecchie, si materializzano in decine di banali riferimenti extra nos (siano essi libri, odori, frasi, suoni, luoghi, entità, impressioni, forse, dubbi, animali): sarà così per lei? Io ritengo che sia impossibile il contrario; e, data l’impossibilità del contrario, a quale pieno agogna adesso, visto che il mondo si è paradossalmente svuotato (essendo privo della mia presenza)?
Il dio beffardo, l’insenziente Caso o non so quale viluppo di forze magnetiche ha fatto in modo che lei oggi si trovasse nello stesso luogo in cui mi sono inspiegabilmente venuto a trovare io, nello stesso momento; non l’ho né veduta né voluta vedere, della sua presenza sono stato avvisato. Ho invece trovato un veloce modo di fuggire in un corridoio sfatto e vuoto, che sfatto e vuoto è rimasto pur dopo il mio arrivo in esso: lei non mi ha ricercato, quando avrebbe potuto semplicemente fare una corsetta, avvinghiarmi e rivelarmi all’orecchio che nonostante in questo periodo avesse scosso energicamente la sua vita e il mondo circostante, nessun suono gradevole quanto quello delle nostre mani e bocche giunte insieme ne fosse provenuto. Ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto e nemmeno pare abbia detto qualcosa (QUALUNQUE cosa) riguardo la mia magra esistenza, così disseccata da essere quasi divenuta inesistenza, inconsistenza, non-vita, Nulla. Ultimamente mi sono accorto che a diversi individui (curiosamente aventi sia pene e testicoli che vagina e ovaie) risulto interessante e meritevole di sguardi e attenzioni, alla più bella do probabilmente l’impressione di entità di cui non curarsi, di una pagina già letta di un libro noioso che pur si deve leggere. Come fossi per l’appunto una frase (o una parola, o un solitario carattere) di quella pagina esclusivamente ormai da sfogliare e dimenticare, mi sento schiacciato tra i fogli senza possibilità di farmi leggere. Sono inchiostro inutile, come assolutamente inutile è tutto quello cui fino ad ora, in questo blog, avete assistito: il mio consiglio è quello di chiudere tutto e di andarvi a coricare.

Sonetto della finzione

Su foglie, steli, zolle, brecce e rami
ho sparso passi zoppi insieme a un gatto;
fogli di sole urgevano di scatto
piegandosi in stranissimi origami.

Disceso, ho risalito blandi e grami
gradini: mi ha inghiottito un riso matto.
Guardavo; ma dagli angoli ero attratto,
dalle finestre in sghembi e vasti sciami.

Tento di percepire variopinto
il Tutto, simulando un moto lieto
che sbecca il mio silenzio in forti risa.

Il vero è che ho la morte dentro incisa;
potessi riposare fermo e cheto
terminerei sincero, pur se vinto.

Nascondersi è plausibile?

Se non si fosse ancora capito, per incominciare questo nuovo post vorrei sottolineare che pressoché tutto ciò che attualmente scrivo è diretto a certe pupille d’una testa (un tempo, ora chi lo sa?) rossastra, per me Testa fra le teste, testa che ieri ha ribadito (pur se in un silenzio forzato, strano a credersi, e in continuo -quasi quotidiano- reiterarsi dei suoi ronzii nei pressi dei miei occhi) la completa assenza di una qualsiasi speranza di ritorno tra le mie braccia e sul mio petto, nonché la sua ferma convinzione che in me, dopotutto, nulla vi è di prezioso o speciale. Immaginate, dunque, come la solare pietra di un cuore possa scheggiarsi in miriadi di coriandoli tristi, avendo udito constatazioni del genere indirizzate al proprio volto.
Tutto, attualmente, per questa ex-Testa rossastra cela o palesa più importanza della mia esistenza; che io sia trattato dai molti come frazione di mondo che non si vede, come affare di cui non curarsi, è per me abitudine -di cui per giunta mi vanto-, ma che alla ex-dolce D. ogni entità (persino la più bieca, superficiale o inutile) risulti più degna di nota della mia bella sagoma cadaverica è un dolore ineffabile, ed essendo dunque impossibile spiegare ulteriormente l’annerirsi del mio amore, non cercherò oltre di farlo.
Sopraggiunge in me, giustamente, un vago languore di dignità (definirlo desiderio sarebbe come mentire), giacché nonostante io perisca allegramente (e per allegramente intendo ‘in modo vivace’) e soffra come filo d’erba calpestato, riconosco che l’ex-dolce D. ha questa volta davvero esagerato. Potrò anche essere un essere in fin dei conti tristemente comune,
eppure pare strano che lei si sia accorta di ciò dopo quasi 3 anni di bara condivisa. Io, dal mio canto, ho la certezza di risalire la corrente di corpi vuoti che infanga le vie del mondo, e sebbene giacere con quella che amo sarebbe stata la mia più alta aspirazione è bene che mi elevi: pare banale, ma chi rifiuta l’oro che mi brilla tra dita ed occhi non è meritevole di averne nemmeno un pizzico. Dunque, in un tagliente distico (che forse spiegherò), vi illustrerò le mie attuali intenzioni:
Che un cancro mi dissecchi labbra e vene
se al Vuoto affido un giorno in più il mio Bene.
Non credo di avere la forza di voler spiegare, anche perché effettivamente mi pare tutto molto chiaro.
Nonostante la lieve voglia di resurrezione, tuttavia, è come se in fondo fosse pur sempre la stasi in un qualsiasi nascondiglio, a richiamarmi; ciò che però mi tiene lontano dall’adempimento di questa specie di esigenza è che di fatto, attualmente, non ho alcun nido, alcuna tana in cui ricoverarmi: la vita che porto in corpo è un continuo vagolare, senza meta né voglia di meta. Di conseguenza no, nascondersi NON è plausibile.
Per raccontarvi tutte queste belle lapidi relative all’incrinarsi della mia vita lieta da ex-futuro marito, sto per giunta deliberatamente non farvi partecipi di ulteriori sventure/vicende strane che mi sono capitate in questi giorni; forse, giusto per concedervi una velocissima possibilità di sbirciata nel fastidioso mondo di Gomesio il sepolto, vi spruzzerò rapidamente le più ‘gustose’ negli occhi: impossibilità a riscontrare per lunghissimo tempo un solo non-morto disposto a bere un caffè/cioccolata/veleno giusto per passare il tempo; mal di testa continuo (ora stranamente scomparso) nei pressi del retro del cranio che mi fa pensare che una colonia di gomitoli di tumori si sia ivi annidata; progetti di distrazioni (ovviamente disinteressate) con passanti di sesso femminile nel meriggio odierno completamente sfumati; progetti di inalazione di verdure nel mattino anch’essi completamente sfumati vista l’insorgenza di cugini falsamente malati e di padri pensionati; visioni di semi-prostitute pur se semi-ammogliate da periodi quadriennali che tuttavia consentono al primo venuto (che ovviamente non è il sottoscritto) di emettere apprezzamenti sulle proprie forme e di richiedere loro prestazioni sessuali senza alcuno scandalo, bensì quasi invece con divertito desiderio. Insomma, il mondo finisce a prescindere dalla mia esistenza.

Sonetto della sera

Riverso -eppure eretto nel sembiante-
ricerco dentro un tomo una dottrina,
che nella foggia angusta e sibillina
dovrebbe astrarmi da ogni circostante.

Leggo le leggi in segni, sono piante
d’inchiostro: chi le alleva si raffina…
Cerco l’ipnosi; ma subito si incrina
l’inganno, e penso all’una tra le tante.

Se inclino il moto del mio sguardo, sbuca
da ogni bordo, oggetto od ombra il tratto
feroce e smunto delle sue iniziali:

Delizia e Croce, sogno i suoi reali
occhi disciolti sul mio corpo sfatto,
ché senza mi disfaccio in una buca.

                                                                 Gomesio l’appeso

Torno a casa ora da una serata di pieni (che tuttavia, ingrato, giudico in ultima analisi nulli); il mio cervello è bersaglio e allo stesso tempo mittente di stimoli e analisi, di induzioni  e riflessioni, di messaggi e segnali: per essere eccessivamente breve, non riesco a parlare né più a stabilire. Affiancata l’auto del  genitore ad uno dei marciapiedi che orlano la mia strada mi incammino verso casa, quando avverto (nel silenzio di luna piena che mi fa venire in mente altrui  ricordi per me  letali) un crepitio vivente rumoreggiare per un istante sotto una macchina: subito dopo ne fuoriesce una colomba semi-bianca tenuemente morsicata da un gatto (anch’esso semi-bianco), le cui mascelle forse poco morse a loro volta dalla fame (o troppo indebolite?) lasciano andare il volatile, comunque scosso e visibilmente insano nello scricchiolìo d’apertura d’ali immotivata, nonché nello zampettare incerto verso una direzione non proprio salvifica. Io, intanto, pur nelle bestemmie causate dallo spavento resto a guardare. Dopo qualche attimo strano (mi riferisco a quegli attimi in cui effettivamente non si è consci di ciò che andrà a succedere), il piccione sghembo e asimmetrico negli scatti si rintana -da stolto- sotto un’ulteriore auto; il gatto, dubbioso per la mia presenza dubbiosa e forse incredulo per il fallo delle proprie mascelle, resta a guardarmi per qualche altra manciata d’attimi, dopodiché segue lo sciocco volatile: avverto solo ulteriori suoni ruvidi, come di foglio che si accartoccia, ma già ho ripreso a camminare verso casa.
Cosa può mai voler dire tutto questo? Fingendo che sia razionale tentare di stabilire una serie di nodi simbolici tra le nostre esistenze umane e concrete e tutto ciò che si svolge nella restante causalità universale, chi sono io? Il gatto? La colomba? La luna? Il silenzio? Io che guardo? Ad ogni modo, io non ho coscienza di almeno 2 di questi 5 elementi: di gatto e colomba, infatti,  conosco i ruoli iniziali, ma non so che fine abbiano fatto; la luna, come il silenzio e me, non ha fatto altro che guardare.
Trovare un senso è complicato; in realtà, prima della complessità dell’interpretazione dovrei sottolineare ancora una volta la TOTALE ASSURDITà della considerazione generale, ma dovete perdonarmi: tutto questo mi serve per ingannarmi di averla vicina. Perché tutto questo lo scrivo, in qualche modo, per lei.
Fuori contesto, vorrei che lei considerasse concretamente il fatto che la seguente frase è il cuore del nostro dilemma: “Solo quando smetto di pensarti, capisco”. Spero tu comprenda che io, almeno questo, lo capisco e lo condivido.

Vestigia d’antico in molliche

è forse plausibile che la teoria di giornate del sottoscritto Gomesio vada semplicemente a migliorare, in relazione allo scorrere del tempo? La risposta più ovvia (che è anche quella reale) è no. Per incominciare, vi narro che oggi attuai un inganno nei confronti dei miei due genitori: dovete sapere che è da diverse lune che studiare mi risulta più che impossibile, oserei dire improponibile, nauseante, irriducibile alla forma metaforica delle mie attuali tempie, per motivi legati -inevitabilmente- alla decapitazione dell’idea del mio futuro sposalizio con la dolcissima D., come dopotutto era quasi scontato intuire. Il punto è che giusto oggi avrei dovuto sostenere un esame, ma (essendo un perfezionista, un dotto e un rompicoglioni pignolo) non mi sarei MAI sognato di andarmi ad offrire sulla cattedra del professore di turno come le centinaia di ovini/studenti sacrificali che affollano i nostri atenei. Di conseguenza finsi (con tanto di tragitto verso la facoltà universitaria) di presentarmi all’esame e di essere rimandato per incapacità e ignoranza; in realtà, mentre a poche centinaia di metri si svolgevano (suppongo, ma qui nulla è certo) i veri esami, io emettevo vapori di tabacco nella mia auto, posteggiata diligentemente nel parcheggio universitario, fino a che non osai anche appisolarmi per diverse decine di minuti lasciandomi iniettare musiche di pazzi ebrei rappusi americani doloranti nelle orecchie dal mio gentile lettore mp3.
Per quel che riguarda le molliche del titolo dell’articolo, mi risulta obbligatorio raccontarvi della mia vacua attività pomeridiana; è noto ai meno (ma ai meno meno, proprio) che una mia sorta di prozia (non ho mai capito il grado di parentela che ad essa mi lega, eppure mi volle molto bene e anche io gliene volli) adesso vive per forza di cose presso un fortino atto esclusivamente a contenere altri vecchi insani e immotivatamente vivi come lei; è dunque chiaro che la sua vecchia dimora è disabitata da mesi, e che comunque dovrà essere liberata da tutto ciò che ospita affinché sia venduta, visto che alla vecchia prozia necessitano principalmente denari per pagarsi le nuove mura e le nuove premure delle sue tasce badanti. Di conseguenza, come ho detto, è opportuno (direi obbligatorio) smontare letteralmente tutto ciò che in quella casa sussiste, anche per scovare eventuali folli nascondigli di oggetti di valore (essendo questa mia prozia, anche in tempi di sanità, relativamente insana); detto questo, insieme a mio padre e a mia madre, oggi mi avventurai in questo struggente quanto fascinoso piccolo pianeta di bare che bare significano, ma che hanno altra forma (rimasugli di un letto libery in rame, cassetti non più aperti da decine d’anni, lime inspiegabilmente abbondanti ed arrugginite, gentili soprammobili di tempi in cui l’uomo aveva reale interesse a vivere la propria vita). Tutto era decaduto, rovinato, ruvido d’anni e disfatto, in molliche e nembi, e ciuffi di bare che aprendosi leggermente lasciano intravedere il seguente messaggio: “LA NOSTRA MEMORIA NON è PIù”. C’è da dire che uno dei particolari meno dolcemente dimessi è stato il rilevamento di parecchi cadaveri di animaletti fastidiosi, quali gli scarafaggi, ma in fin dei conti è un punto collaterale. Ad ogni modo, nel bel mezzo dell’escursione fra brandelli di memorie che nemmeno ho mai vissuto, ho pensato a lei, alla mia bella, alla ex-dolce D. Noi due, un tempo, da bravi avanzi d’ossario, ma certi della forza del nostro amore, ci siamo uniti in abbracci lunghi notti e in approcci delle nostre zone pelviche passionalmente reiterati, con decisione, in una casa situata nello stesso antico (ma non troppo) quartiere dove sorge il cimiteroanzitempo dei ricordi della mia prozia. Questi edifici, di cui sono segretamente innamorato, celano fra le loro pareti e sui loro volti malandati ed accartocciati dal tempo, come me, occhi di tombe; tombe che pur permangono, e che aspettano che qualcuno le ravvivi, che qualcuno alzi una serranda facendo penetrare ciuffi di sole nei loro avvizziti stomaci, che qualcuno in essi si ami, come facemmo io e l’ex-dolce D. tanto tempo fa. Ma la casa in cui ci baciammo e in cui intrecciammo le nostre ciglia, ormai, non ci riguarda più, e quella della mia prozia è vuota da troppo tempo, e per giunta sarà spogliata dei suoi ricordi materiali. I muri, allora, si guarderanno spogli e diverranno solo muri.

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