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Le crepe mi sorridono

Da quando ieri un amico di slavata negritudine mi inviò -per manifesta separazione da ogni tipo di concretezza funzionale, da molti definita nei termini di ‘vita reale’- un video contenente frazioni d’immagini di falsi insetti (del tutto avulsi da ogni grazia estetica, macchia di sole o sospetto di lieto fine) semoventi al ritmo di una certa musica elettronica -di cui a brevissimo vi sussurrerò le caratteristiche-, non faccio altro che ascoltarne ripetutamente i graffi sonori. Tale musica è paragonabile al colore di grumuli d’alluminio e plastica lanciati contro una parete di palazzo in disuso, odora di mancanza di direzione, di ciottoli casualmente presenti, rivolti (ma già dire questo è un errore, anche se dubito che tale appunto verrà giustamente concepito da qualcuno dei vostri cervelli troppo umani) verso un qualche paesaggio simbolicamente -e dunque anche e soprattutto oggettivamente- insignificante. Al suo interno, tale barattolo di note comprende una certa quantità di rime e sintonie, ma anche lo stesso atto cognitivo che mi porta ad enumerare il suddetto insieme di schemi è disarmantemente umano: se voi tutti, o già affaticatissimi lettori, prendeste lentamente una manciata di farina (o di sale, o di viti, o di corpuscoli puntiformi -come i giorni di cui sotto, sì-) e con ‘rivolta pazza’ -citando Boito- la lanciaste sopra un piano, spargendola, pur nell’assoluta quanto razionalmente evidente aritmia dei grani (privi, come spero avrete compreso e dedotto, di volontà) cogliereste quasi certamente sagome e forme note.
Nonostante l’umano acume riesca a cogliere sensi e direzioni laddove ci sono soltanto radiazioni elettromagnetiche o organismi di tessuti e molecole (vedi pietre, tramonti, lucertoline), è nota (ma forse obliata) norma che spesso non si comprenda appieno che esistono DAVVERO (questo ‘davvero’ ha un valore che a quest’ora dell’alba non ho intenzione di spiegare: vi ho avvisati, ritenetevi già privilegiati) altri esseri razionalmente pensanti, oltre alla propria persona: nello specifico, mi pare che il sottoscritto Gomesio l’avulso venga dai moltissimi come non visto: non esattamente come ignorato (anche se poi, di fatto, è così), ma come sottinteso, quasi come la forza di gravità, le strade, i marciapiedi, il fatto che se decidi di prendere una lattina su uno scaffale il tuo braccio obbedirà alla tua intenzione e ovvietà primarie simili. So di aver tagliato corto troppo presto, questa volta, e che il concetto vi suonerà decapitato (o privato di coda), ma sono troppo polveroso per illustrarvi ogni passo dei miei ragionamenti: vi dirò solo che, dal mio punto di vista, vedo crepe ovunque, soprattutto nell’aria; tali crepe sono i miei giacigli, i quali presentano una curiosa forma di esagono come allungato.

Giorni puntiformi

Non prendevo atto delle svariate statistiche relative al mio blog da qualche centinaio d’ore, e scoprire che negli ultimi due giorni questo covo di pensieri cimiteriali è stato scrutato (assolutamente per caso) da individui che lo hanno individuato ricercando su google “se viene ingerito un pezzo di filo metal” e “ingoiato apparecchio” mi fa sentire insieme ridente e aspirante suicida, in entrambi i casi -comunque- fallimentare a prescindere. La settimana appena trascorsa, al percepire della mia memoria, è già mutatasi in nevischio impalpabile: nulla di quello che l’ha farcita sarebbe degno di essere qui ricordato (e, dopotutto, a pensarci con un’attenzione sommariamente accettabile, di essa non ricordo BEN più niente). Da stamane, però, qualche petalo di margine ho impugnato: in compagnia di un’amica disinteressata a molte cose vagai per corridoi di scheletri di studenti, lunghi  per diverse decine di porte socchiuse, sbarrate o aperte, fino ad introdurci in una di queste; nello stomaco di stanza discutemmo grossolanamente (ma piacevolmente)  con una terza signorina, composta corritrice mediamente silenziosa, dalla quale ricevetti un caffè (pur avendo pranzato con bocconcini d’aria) e diverse parole. Intervento paradossale ed anomalo fu quello di un’ulteriore signorina artista (a quanto pare dimorante in un’altra bocca di porta vicina), che fece innanzitutto capolino con una bottiglia di vino rotta in mano e un dito dell’altra mano in bocca; dopo alcune discussioni iniziali cristallinamente inspiegabili e dopo averci mostrato alcune sue opere d’arte (ripetutamente additanti una sessualità esplosiva, vomitini di cioccolata scaturenti dalle sue labbra e bambole in foggia di madonne), la pazza signorina mi spiegò che la bottiglia di vino che aveva in mano era stata rotta da lei volontariamente, qualche minuto prima, essendosi svegliata in preda a mal di testa e volendosi sfogare. In seguito ad una spicciola analisi simbolica riguardo questa sua vicenda accuratamente folle, fornita dal sottoscritto, la tizia mi definì una ‘persona riflessiva’: mi ringraziò e se ne andò. Altri corpuscoli stranissimi intervennero nel contesto pomeridiano di cui sopra, ma non ne saprei ricordare (ed isolare) con esattezza le caratteristiche peculiari, comunque forse troppo scarne per essere rigurgitate dalle tempie e dunque ricomposte in forme visibili. Invisibile, comunque, è tuttavia il significato di questo post, ragion per cui sarebbe bene fermarsi qui.

La mia carne è nebbia

Visto che la mia attuale forza di volontà è pari alla dinamicità di un ciottolo in perfetto equilibrio, sto cercando di scrivere questa serie di insignificanti aggiornamenti riguardo la mia situazione esistenziale sotto una densissima cortina di dub giamaicani, impolverati quanto affascinanti; voglio dire, sono sopravvissuto a cose ben più taglienti -almeno interiormente- (come il pezzo di apparecchio ortodontico che ho ingoiato inavvertitamente e che spero di aver già eliminato), di conseguenza qualche freccia di bassi, batterie ed effetti d’eco d’inizio anni ’80 mi si piazzerà davanti alle ossa come un ostacolo veramente irrilevante. La forma di queste giornate presenta granelli di un sole che, proprio nel momento in cui viene ingerito dagli occhi e dalle orecchie che mi ritrovo, viene immediatamente metabolizzato: non rimane nemmeno uno sciacquato aroma sul mio umore, tant’è che il languorino di funerale è la nota di bordone che perennemente avverto, in una lontananza più simbolica che dimensionale (sì, lo so, ci si aspetterebbe il contrario, ma lo pseudo-poeta sono io, quindi mutismo).
C’è nessuno che mi aspetti? Pare di sì: ma sono mani e ménti di cui non so letteralmente che farmi, giacché mi appaiono come disgustosamente ed inspiegabilmente incompatibili alla mia scarna essenza. Le persone mi risuonano in grave maggioranza completamente cave, come fossero bicchieri capovolti, e tuttavia ciò riga la mia (del tutto ASSURDA) voglia di condividere il fardello di bare (che tutti, più o meno segretamente, ospitiamo sulla schiena) con qualche umano (o anche qualche umana, dal momento che desidererei, tra le altre cose -vedi il discutere periodicamente con gufi, cerbiatti o morti- , anche assopirmi su pentagrammi profumati di lunghi capelli femminili – ma qui siamo già su dimensioni di possibilità implausibili ed inverificabili, come poter parlare con il vero Topolino o nuotare asciutti). Sono fatto male? Per la vita umana come la conosciamo (spero che al pezzo di sintagma “vita umana” vi si siano aperti pop up cerebrali contenenti concetti ed idee quali “vita sociale”, “comunicazione” o ”convivenza”) evidentemente sì, sono fatto decisamente male. Eppure mi digerisco con soddisfazione. Nonostante tale alto indice di auto-gradimento, non posso fare a meno di constatare che la mia carne è pura nebbia alle vite altrui: chi volesse contraddirmi, che porti qualche prova del contrario.

D per disdetta

In questi giorni ho avvertito una felpata (ma costantemente presente) esigenza di trasporre in rime pedantemente ritmate la ridda di pensieri che mi ha calpestato tutto l’interno cranio; tale sentore di sonetto, in me, è pesantemente fermo nella sua volontà, oserei dire indissolubile, probabilmente perché lo scorrere delle vicende terricole mi appare viscido, divelto da ogni accenno di ordine dolce (anche se sommariamente accennato) e per questo indegno di essere ricordato e riattualizzato se, ancora, nella sua forma di piatta e volgare caoticità. Esprimere questo grumo di ragionamenti è per me minuziosamente complesso, difatti credo di non esservi riuscito del tutto (o, forse, nemmeno in una lontanissima possibilità) in questa occasione: la pazienza e una certa dose di gocce di speme di letto mi consoleranno grossolanamente.
Tuttavia, ritornando al discorso, c’è da dire che la mia urgenza di tradurre il flusso indistinto del vero in intarsio ordinato del falso/vero (o falso-vero) non viene sempre dissetata, perché alle volte l’esistenza mi incide sulla pelle della mia esperienza vicende che, forse arbitrariamente, reputo non ‘adatte’ al rimodellamento poetico; nel momento stesso in cui sto scrivendo questa accozzaglia di dispiaceri, tuttavia, mi sto rendendo conto persino del fatto che probabilmente sarei poeta ancor più grave ed abile se riuscissi a ridurre in punti docilmente fermi (e rimati) anche le vicende più sghembe e fangose, le quali -in ultima analisi- sono le costanti di cui constano gran parte delle vicende umane.
Insomma, ho appurato che nemmeno bene il poeta so fare.
Per quel che riguarda l’antico gatto montano di cui vi ho più volte scritto, posso brevemente (graffio crudissimo) riassumervi che, con inspiegabile scatto, la foggia dei miei occhi per lei si è mutata da nube di miele ambrato a chiazza vitrea insipida. Come ulteriore esempio di fallimento, cito quanto più indirettamente possibile (ho ‘promesso’, ahimé) una conversazione notturna in cui sono stato (in ordine retorico, non alfabetico o di importanza oggettiva) sottovalutato, sottilmente sbeffeggiato, stravolto, demolito e spiazzato. Il mondo intero, insomma, appare dissuaso da ogni dimensione di senso o di logica.
Unico lumicino di aggraziata speme: i corpi e le menti di quei nodi di ossa e carne che condividono con me, alle volte, spazio e tempo. Non vi cito perché è vano, ma tanto -se leggerete fin qui- capirete.

Considerazioni insulse

Dopo giorni di cristallino silenzio, ecco che Gomesio il tumulato torna a farvi gustare barlumi fulminei di amarissimo fiele filosofico, pur se confezionati in tocchetti -quasi accattivanti- di narrazioni episodiche; in ovvia realtà, so benissimo che (una volta obnubilata tale pagina di riflessi verbali d’umano rudere -quale io sono- con pareti di altre visioni, tutte più variopinte ed organoletticamente più piacevoli) nelle vostre pupille non rimarranno neanche le gocce del discorso che sto per versarvi in mente.
Consideriamo la seguente foto

Mi accorsi di questa curiosa opera (affissa ad una delle pareti della veranda di casa mia) un paio di mesi fa: per dovere di cronaca, mi sento in obbligo di sottolinare che l’autore non sono io, bensì il mio quasi inconscio padre biologico. Ad ogni modo, vi impongo di saltare a pié quasi pari l’evidente assurdità della cosa, per atterrare su un altro fatto -che pur vede il plastico Cristo ritratto nella foto di cui sopra sia come protagonista che, in effetti, come collaterale ed immoto spettatore-: per la precisione, il giorno prima di Pasqua mi trovavo a sbocconcellare fumo nella veranda di cui ho già detto, quando ad un certo punto un puntino -luccicante di nero- che esalava la sua vita svolazzando (vi aiuto: parlo di un moscerino) mi colpì, forse per le sembianze di semovenza vitale di cui sembrava essere rivestito, essendo tutto il resto della veranda praticamente immobile. Nel suo vagolare, sì accostò per qualche manciata di secondi al corpo del Cristo mendace: ora vicino ai piedi, ora lontano, ora vicino al torace, ora di nuovo lungi, come indeciso e comunque indifferente alla presenza del re dei giudei; e così via, fino a che -inspiegabilmente stanco di questa evanescenza apparente- soffiai una cortina d’essenza di tabacco sul tale animaletto, il quale addirittura scomparve per qualche istante. Dopodiché ricomparve come in una bolla d’aria; io, distaccato, rientrai in casa.
Enuclearvi questa vicenda mi è utile per evidenziare alcune idee abbastanza semplici, vale a dire:
A)- l’assoluta mancanza di santità effettiva (ma forse, anche relativa) alcuna intrinsecamente presente nella figura del Cristo, alla presenza di un simulacro del quale persino un moscerino dovrebbe prostrarsi o quantomeno indirizzarsi in maniera retta, come in adorazione, e invece niente;
B)-l’assoluta mancanza di senso generale e di questi miei scritti e, IN ALTERNATIVA, delle cose umanamente percepite.
Arrivederci.

Sentore di soffitta

Da ottimo umano collaterale -quale sono- sto assumendo sempre più le metaforiche sembianze di terra sotterrata, morbidamente serrata e confusa tra zolle zitte e impassibili, assolutamente non sfiorata da alcun graffio di sole: da ieri, ho notato, tale cappio mi punge in misura inaspettatamente eccessiva. Dentro la mia scatola cranica, attualmente, una qualche serie di conflitti (con tanto di sfrigolii e scintille) sta sicuramente avendo luogo: a momenti di acuminata aggressività (sopra i quali progetto di dilaniare e ingurgitare l’esistenza cruda) seguono, a distanza d’attimi, paludi temporali di stasi orizzontale, affogando nelle quali persino l’adottare eventualmente lo stile di vita del lichene appare vano.
Conscio di questo dirupo inestinguibile, ieri ho decretato la fine (o per lo meno, l’inizio della fine) dei miei giorni da quasinullafacente: volendo emigrare all’estero per divenire uno scienziate (come direbbe Fernandello) ed esibendo -nemmeno troppo celatamente- un disprezzo pressoché totale nei confronti e dell’obitorio detto mondo nel quale ingrassiamo poco a poco i vermi, e dei coetanei che mi zampettano vivacemente attorno (simili a macchie di scarafaggi inseguiti da ciabatte animate), è bene che io smetta di tritare il mio prezioso tempo nel niente. D’altra parte, urge che io studi e/o legga in continuazione tomi relativi alla via accademica che ho intrapreso (giusto per indicarvi un unico astro in un arco celeste quasi infinito, vi suggerisco che si tratta dell’antropologia), sia che mi servano a breve o a lungo termine. Da questo golfo di inconsciamente disperati io devo elevarmi, ho come un appetito di aggirarmi tra crani non casualmente presenti all’interno di una facoltà universitaria.
Apparirà forse chiaro a molti che lo schema che ho (forse inconsapevolmente) tracciato e che sto tentando di riflettere sulla mia concreta esistenza è riassumibile nella seguente formula:

Umanità + Gomesio = Veleno risaputo

Mentre invece, forse, vorrei verificare questa candida ipotesi:

Umanità forbita + dottrine precise + Gomesio = Farfalle? Biscotti? Sorrisi?

o quasi certamente ulteriori bare. Dopotutto, che l’avvenire (sintopicamente, sincronicamente e diacronicamente inteso) sia una geometrica parata di catafalchi non è un segreto, e anche se divenissi papa -o semplicemente ricco, sano e bello- nulla cambierebbe veramente; tuttavia, intriso di scienze e mischiato ad altri dissociati a me pari, forse l’attesa della fine del sole sarebbe meno ruvida.
Sempre per erudirvi brevemente sulle mie ultimissime vicende socialmente rilevanti, stilerò una brevissima lista:
-multa di 148 euro (che ovviamente pagherò con i miei unici risparmi) per essere stato scovato (praticamente fermo al semaforo) a urlare al cellulare a mia madre guidando il SUV dei miei datori di ‘lavoro’;
-successiva ed immediata febbre a 40, con incubi notturni in cui il mio ruolo era quello di una specie di boscaiolo/demiurgo il quale sistemava rocce e picchi montani (in pratica, a un certo punto, mi ‘svegliavo’ e ancora incosciente giravo e rigiravo il mio cuscino, da bravo boscaiolo/demiurgo);
-tristezza infinita per l’assenza di un mio interesse nella ricerca della velenosa D.;
-successiva atarassia nei confronti dell’universo;
-successiva nuova crisi di mestizia.
La mia vita è una soffitta perennemente dimessa e dimenticata.

Le mie ossa sono sterpi

Evaso dal dolcissimo torpore nero di questo fosso di pensieri e parole (conosciuto dai più col nome di ‘blog’), ho finalmente ritenuto opportuno tornare a gettarmi in esso, con spinta sì decisa ed animata ma allo stesso tempo incorporante qualche caratteristica propria della caduta di un grave (immobile per costituzione, quale ad esempio potrebbe essere un sacco di patate): giacere in questa buca umida d’ombra è difatti il mio reale mestiere. In questi giorni è davvero successo di tutto, un tutto soprattutto consonante con zampe e muso di quel gatto di montagna di cui sotto: enumerare le nostre occhiate, le nostre passeggiate e i nostri nodi intercorporei sarebbe importante quanto tuttavia impossibile, visto che (nel complesso) tale somma di addendi dovrebbe essere tradotta in una lunga teoria di fiori di salvia e petali d’ombra, irriducibili e a queste righe e -in generale- a una definizione linguistica che trascenda la metafora: ancora una volta, dare una spiegazione logico-razionale dell’accaduto di questi giorni mi risulterebbe complesso.
La grave disdetta è che il gatto ha fatto un balzo lunghissimo (per ragioni dovute ad attività lavorative miranti alla totalizzazione di monetine utili all’acquisto di cibi, affitto e tasse universitarie), addirittura oltre il nostro cacato Stivale, ed io barcollo stranito e dubbioso per le mura domestiche, pur se mi ritengo finalmente ritenuto meritevole d’attenzione da qualcuno. Le uniche operazioni che scaturiscono dalle mie dita e dalla mia mente sono attualmente poche: eccellere in linguistica italiana, avvistare telefilm enarranti le vicende di nerd alienati, leggere libri svariati ( i cui argomenti spaziano dall’incomunicabilità -sì, lo so che è assurdo- tra sessi alla neurogenesi del pensiero religioso alla solitudine del cittadino globale), prepararmi pietanze che inevitabilmente causano risalite di fluidi aciduli presso il mio esofago, e soprattutto scavare con un attrezzo metallico (di cui sconosco l’esatto utilizzo) una sorta di foro sulla scrivania della mia camera, operazione per la quale ho meritato lo sconforto dei miei cari relativamente alla mia sanità mentale.

Scintille di giorni

Un paio di tramonti fa, sentendo freddo e volendo intiepidire (non corpi a caso), andai a trovare tra i monti quel gatto dalla stasi mielosa di cui vi scrissi innumerevoli minuti or sono; durante la traiettoria per giungere alla sua dimora ebbi vari inghippi fastidiosi che rallentarono il mio cammino, già comunque sbilenco (visto che è di Gomesio l’inspiegabilmente camminante che si parla): ad ogni modo, riuscii a possedere -nel cervello- la giusta irragionevolezza che mi permise di sostare in piena curva nera montana per divellere da un bordo d’erto un piccolo fiore, da dita e gote rosa/fucsia, promesso senza un plausibile motivo al suddetto felino.
Nella sua casa (simile ad un ago verticale, a una qualche sorta di moderna guglia) fui dai suoi genitori gentilmente accolto e curato, nonché nutrito di giusti cibi e (ahi) di dio, servito da ed in bocche vicinissime ed insieme distanti nonché in paginette bibliche. Ma, per dirvela con Majakovskij
“È risaputo:
tra me
e Dio
vi sono numerosissimi dissensi”.
 
Tentai di palesare la mia razionale (e dunque NON fideistica) opinione riguardo non tanto l’implausibilità dell’esistenza di un dio, quanto l’arbitrarietà dell’attribuzione della sua volontà e della sua parola alle parole di un libro, ma fu tutto vano: indubbiamente non fui compreso. Fortunatamente in seguito, nell’ora del sole più alto, mi divincolai dalla presa del dio presunto e mi inerpicai col tenue gatto (la cui presenza e le cui movenze mi ricordano forse il suono di un basso clarinetto) su sentieri di monti ulteriori, decisamente inabitati da umani, dove fra sterpi e ghiande ci riposammo nell’umida ombra quasi ghiacciata: lì le nostre braccia e le nostre bocche ci fecero da graditissime coperte. Per un folle ischerzo del felino ci avventurammo su un sentiero collaterale, sul quale -ad ogni passo- lessi “GAME OVER”, e che pure riuscii a sorpassare: scoprimmo una sorta di fazzoletto di rupe condita di scaglie di prato, interamente bagnata dal sole. Ivi ci accampammo momentaneamente, pur senza giacche (lasciate senza un perché nel folto della foresta ad accogliere certamente, nelle tasche, branchi di serpi); il vento era brina invisibile, il sole si spezzava in scintille nei nostri occhi, come pioggia di schegge innocue e tiepide. Placidi di dolcezza, ci stringemmo a lungo, io e il gatto, ad aspettare non so bene che cosa; ci capitò tuttavia di distenderci sugli sprazzi di prato, con gli occhi appositamente rivolti ai fili d’erba: lei, probabilmente, vide il mirabile artificio del Padre in cui crede, io vidi gorghi di centinaia di bestiole inconsapevoli e meccanicamente attive, in un paesaggio di curve vegetali e di minuscole corolle invisibili dall’alto del normale passo; quella porzione di prato intonso mi apparve tragicamente chiassosa, d’un tratto.
Col gatto, di scatto, ci ritrovammo in viaggio verso il mare, in un luogo dove pochi mesi fa io e la ex-dolcissima D. (ribadisco: ora non so più chi sia) degustammo coppie e terne di gelati di fine estate; col felino dal passo di clarinetto ombroso, invece, passeggiamo dita nelle dita, per poi nutrirci di attenzioni (e pizze, e panini con panelle, e rosticceria) su uno scoglio sporco di sabbia, presso ondate di un tramonto a cui diedi inconsapevolmente le spalle: mentre la luce iniziava ad affogare, spiegai ulteriormente al gatto che nella mia esistenza non vi è spazio per dio, metafisica o salvezza eterna, poiché siamo molliche del flusso del caso. Mi chiedo come possa contenere nel suo cuore di tenebra insieme me e dio, ma la domanda si interrompe automaticamente dopo qualche minuto: attualmente, il futuro non mi compete. Voglio del bene e ricevo del bene, e questo è ciò che mi pare che conti. Pur se la bara giace sempre aperta: ovvio endecasillabo foriero di realtà.

Dolci stranezze

Negli ultimi soli la mia esistenza si è fatta piu pesante e tagliente, rivoli di ricordi sanguigni mi sono scivolati da occhi e orecchie per l’ennesima volta (o almeno spero, anche se in realtà lo sostengo): persino l’ansia e l’angoscia si devono meritare, e chi atteggia la propria vita a spettacolino stereotipato da meno di 4 soldi bucati non dovrebbe ricevere attenzioni di alcun genere. Fino a ieri ritenevo, tuttavia, che gli occhi della ex-dolcissima D. (non so più chi sia) contenessero tepore, di conseguenza -una volta scorta una nota di pungentissima indifferenza sputata dalle sue dita al mio cervello- sono impazzito, anche se ad ogni modo lo scatto di morte ha acuito la ragione: dove trovare reale tepore, reale concentrazione di tenue serenità e dolcezza? Nonostante la risposta possa essere -secondo i molti- semplicemente calcolabile (sulla base dei miei lamenti precedenti), in verità vi dico che la soluzione -assolutamente inattesa- mi si illuminò dentro, in una collocazione che non saprei definirvi, sicuramente a metà strada tra cranio e cuore; se volessimo geograficamente individuare l’ubicazione di tale sorgente di miele silente, vi posso accennare che è situata in un luogo relativamente distantuccio dalla mia città, in mezzo a colli e monti che sembrano intonsi e placidi. Giudicato ciò, dunque, alla tarda ora delle 23 di ieri, partii savio ma pazzo alla volta di questo semi-lontano paesello, in un flusso di pioggia non forte; il tragitto fu liscio anche se stranamente rapido. Una volta giunto a destinazione, attesi qualche minuto in una sorta di umida nebbia, immerso nel silenzio distratto da qualche automobile fuori luogo, sfumacchiando tabacchi superflui: in brevissimo, tuttavia, il tiepido gatto spuntò da qualche stradina bella quanto isolata. Allora furono passeggiate presso vie dimenticate per finta, sedute sotto piccoli archi, visioni di particolari architettonici inspiegabili, fuga verso buie montagne frananti (una strada realmente scomparsa ci si prospettò innanzi), fino all’agognata -certamente da entrambi- pausa silenziosa nel buio più buio, dentro la mia automobile. All’inizio prevalsero le parole vaghe, poi nascondemmo nasi su colli e braccia su schiene, in modo imbarazzantemente naturale quanto rilassantemente emozionante. Poi fu il turno del miele definitivo, miele che sinceramente non pensavo di potermi e volermi aspettare né pensavo di poter donare; miele di volti molto vicini, che mi fece a tratti non udire più il ritmo della pioggia, nenia di tiepidissima tenebra che ci cullò fermi. Fattosi il folle orario delle 6, abbandonai con qualche carezza stranamente lieta il gatto montano, per dissiparmi tra un’incredibile nebbia d’alba verso casa. Il mondo era silenzioso, zitte le foglie ed i prati, nemmeno morti si percepivano, tutto era tregua: le uniche presenze che incontrai tra le umide valli furono quelle di pecorelle racchiuse da filo spinato nei pressi della strada; una di esse mi guardò, senza emettere verso alcuno. Nel cammino, la guardai anch’io: come essa rimase zitta, neanche io emisi belati di complicità, come per fare combaciare la sempiterna morte. Piove ancora, eppure sono calmo.

Deambulo per caso

Dissuaso dall’esistere a causa di un ennesimo segnale di cuore in frantumi decisamente ignorato dall’ex-dolcissima D. (ora attuale sconosciuta), oggi decisi di immettermi nel mondo al già fresco sole, subito dopo il primo pomeriggio; fuoriuscito dal portone del palazzo (che ingloba al sesto piano la mia dimora) in compagnia di mio padre, da lui ricevetti una sorta di ammonizione/considerazione indirizzata ad una presunta leggerezza delle mie vesti, nonostante la scarsa decina di gradi vigente tutt’intorno. Nello specifico, l’ammonizione/considerazione fu ultimata dal genitore con una sorta di spannung esclamativo, teso -a suo avviso- a dissuadermi dal reiterare simili abitudini di vestiario: l’esclamazione finale fu infatti “Ma tu vestito così vuoi morire!”; la mia risposta, visto il silenzio immediatamente successivo, gli gelò il pensiero: esclamai (con una calma quasi lieta d’esser compresa) le seguenti parole: “Hai detto bene! Hai proprio detto bene”. In seguito, avvistai un film assurdo con un amico malconcio e certamente in procinto di incorporare febbri varie: il sonno ci avvinse diverse volte, a me personalmente -tuttavia- in modo mesto e fastidioso, simile all’affaccendarsi intorno a occhi e orecchie di moscerini incredibilmente piccoli e insieme rumorosi. Presso l’orario della cena, non volendo ancora inserirmi nel mio loculo/camera perché il silenzio è forte scroscio di nulla, che in un attimo prende le sembianze del volto dell’ex-dolcissima D.,  accompagnai inspiegabilmente una scalena coppia di amici a nutrirsi di spiccioli cibi da supermercato, per poi fare una passeggiata, fredda quanto immotivata  ed insolita (vista l’ora), lungo un’ideale linea esattamente diritta, priva di capo e di coda. L’unica consolazione della giornata, per quanto blanda ed intangibile, è stata una conversazione telefonica con un gatto di montagna che, forse inconsapevolmente, mi dona serenità, direzione e senso (pur se a brevissimo termine). è tristissimo vigere senza l’attenzione della mia ex futura moglie dai capelli rossi falsi (quanto stupendi e dolci), ma non ho scelta. Adesso, ahimé, non posso fare altro che aspettare il ritorno del suo amore, esangue, deambulando senza un ritmo certo.

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