Proverò, in unghie e squarci di sintagmi, a non spiegarvi quello che gonfia il mio respirare ciclico (ahimé) attuale; esigo potare binari verbali e connessioni al limite dell’umanamente immaginabile e del decentemente interessante: l’ombra (che a mio avviso colora le mie ossa, quasi fossi carne avvolta sulla liquirizia) disprezza momentaneamente i “ti capisco”.
Sopra un rettangolo collaterale, fuso eppur fisso in una scatola dagli orizzonti prevalentemente bianchicci (anche se offuscati e irrilevanti) ho versato le mie membra e, conseguentemente, l’oltre del mio grigiore. Sciolto su un nido curvilineo di papaveri (pulsanti tepore morbido, simili -per fioritura- a lontane luci che potreste aver visto sbocciare dalle finestre di qualche lontano edificio, ora che ci penso), mi sono accorto di proiettare gli stessi intrecci di sagome d’ombre di chi, sorridendo, con pelle e sussurri mi induceva a mantenermi in stato fluido, a chiazze di labbra, sulla pelle che ho dopotuto appena citato. Dita per vesti, fronde di capelli per cielo, ciglia su bocche per miglia. Eppure, nel bel mezzo del nido di papaveri, ricettacoli di spilli che rassomigliano (non chiedetemi come, qua siamo d’altronde senza fisica o bordi) a caramelle; dimesso e coraggioso, dal primo all’ennesimo li ho ingoiati amarissimo, e le istruzioni -non scritte ma soffiate sulle mie orecchie- indicano la presenza di ulteriori dozzine di questi ameni mortiferi. La mia gola, se attentamente osservata, riluce dei gomitoli (spezzati in molte code acute, come la foggia di certe esplosioni di giuochi pirotecnici nel cielo) in essa quasi cuciti: sangue che non vedrete zampilla, mentre la voce, quasi quasi, resta addirittura nei polmoni. Da lontano avevo avvistato sembianze d’armonia, schegge di sole: parole, forse, di chi non mastica quello che accoglie tra denti e lingua. Un suggerimento (ed insieme una lineare predizione) forse potrebbe giungere al mio cervello dalle vene che fanno capolino da alcune zone della mia pelle: il loro colorito è verdastro, ma so che è tutto un ischerzo del clima estivo. Di certo saranno nere, e in modo nerastro si svolge la trama del mio scorrere, nascosta e incerta come il procedere profondo delle mie pessime vene. Ora vi ordino di stare in silenzio per almeno un minuto.
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Vano mi sembra affermare che la vicenda più rilevante di buona parte delle gocce dei giorni degli ultimi mesi (o dovrei spingermi oltre?) che pare io abbia vissuto è quella relativa alla costola di cui più in basso ho scritto, scavando alcune fosse verbali debitamente farcite di nevischio e miele tra i più limpidi; altrettanto vano è, dunque, sottolineare ai vostri intelletti quantomeno rarefatti che lo scheletro di quest’ultimo edificio pseudo-narrativo consterà unicamente di costole bluastre, tutte uguali fra loro, che a ben guardare -in ovvia verità- si potrebbero onestamente riassumere in una singola: dopotutto, da bravo cane dissociato dalle influenze solari, una costola sola sarebbe giustamente opportuna per la buca fangosa nella quale collocherei, con dolcezza, essa e me. Durante questi giorni, io e lei, abbiamo fatto in modo di respirare vicini, adducendo ai nostri miscugli di fiati motivazioni assurde (pare ci si debba nascondere) o significativamente inesistenti: è tiepido per entrambi donarci lunghissime carezze di sguardi, un tepore che pur nella foschia dell’attuale afa risulta “semplicemente” esatto. Come se la morbidezza di questi piccoli germogli del Tutto che conta non bastasse, con ampia soddisfazione intellettuale (ed insieme affettiva, ma non spiegatemi come mai -in questo caso- la seconda sia sbocciata dalla prima) ci siamo entrambi riscoperti simili per gusti ed attitudini fondamentali: l’amore per determinati modi di svolgere ore e giorni (visioni di film particolari, segnali tranquillamente nebbiosi di piante idealmente giamaicane, passione per il cibo onesto), nonché l’attenzione per particolari angoli dei filari di disarmonia che ci circondano (l’Insieme che i più chiamano “mondo”) ci accomunano in maniera sorprendente: utilizzare questo avverbio mi spaventa ed entusiasma insieme. Per reciproca delizia, inoltre, un paio di sere fa provammo insieme a far percorrere ai nostri polpastrelli pavimenti e pareti della pelle di certi angoli dei nostri corpi (mani, polsi, braccia, nasi, guance, colli e -per quel che mi riguarda- soprattutto nuche e capelli), ed il risultato fu una sorta di bagliore calmo e lento, percepito dagli occhi di entrambi come l’alone di tranquillità imperturbabile che tutti indossiamo nel momento SITO tra veglia e sonno. Suggello degli strati di miele, nell’ombra sparsa dal pianerottolo notturno della costola, furono -meraviglia di cui non potrete immaginare- una serie di scintille morbide e lievemente liquide che nacquero dalla coppia delle nostre labbra; il processo si ripetè -pur se, in fin dei conti, irripetibile- anche iersera, nonostante alcuni flussi di lacrime (sorgenti dalle ciglia della costola occhidiluna) causati dal pensiero dell’appartenenza all’altro Adamo di cui ho già detto; tuttavia, e mi si permetta, questa appartenenza è ormai più formale che effettiva: e lei, pur nel colletto inamidato dei sensi di colpa e dovere, lo sa. Comunque, nonostante la perfezione delle cucchiaiate di tempo passate insieme, ahimè, l’ossea (ma solo metaforicamente, per fortuna) donzella di sottobosco non ha ancora l’ardire di sedersi ufficialmente sulla mia mano destra; ciò non vuol dire che io dubito che lo faccia, in un futuro più prossimo dell’iniziale della parola che sto per scrivere (sceglietela voi, il senso spero sia chiaro), visto che io vedo che i suoi occhi in me si deformano in puro zucchero, e udite certi gruppi di affermazioni pressoché amorose che dalle sue labbra stesse si sono stabilite dentro le mie orecchie. Certo, queste notti di affetti e sguardi sono inestimabili, ma certo è anche che questo è solo un temporeggiare: eccessivamente ruvido per i programmi che potrei avere con la costola occhidiluna, che prevedono innanzitutto quotidiana e tranquilla dolcezza. Solitamente metaforico, vi spiego infine che, dato tutto ciò, la mia attuale esistenza a mio avviso rassomiglia ad una certa sequenza melodica registrata esattamente 56 anni fa in Moldavia: un lungo flauto emette (in parte) una storia che narra di un pastore che perde le pecore e all’impazzata le ricerca tra le pianure. Adesso, conscio dell’assurda interpretazione, io rielaboro tali note e le considero seriche chiazze di sera: liscia dolcezza in piccole lacrime sparse su un piano scuretto, similmente alla coppia speculare degli occhi di luna (profondi pozzi di Bellezza in cui sprofondo) della fanciulla di cui ho detto come li ho percepiti ieri notte, quando fronte e naso contro fronte e naso aspettavamo -invano- di separarci.
La lezione che terrò oggi distillerà, dall’esperienza degli ultimi periodi di tempo vissuto, una serie di considerazioni forse relative, probabilmente nerognole e quasi certamente prive di future tracce d’occhi su di esse. A essere sincero, il tassello di mortuario saltello mediante il quale si inizia la discesa al necessario precipizio -leggasi: l’argomento iniziale- proviene da “vita” già masticata da quasi due mesetti; bolo probabilmente indigesto, o forse semplicemente così insignificante nel suo manifestarsi da lasciarmi supporre diverse decine di mondi curiosi e celati dietro il suo sottilissimo corpo immoto. Mi riferisco ad un magro evento inutilmente accadutomi (per giunta per mio moto), come ho preventivamente affermato, BEN due mesi fa: trovandomi nella sgualcita casa di quella vegliarda -nonché deturpata- prozia di cui si è già detto, flebilmente spossato dalle attività produttive (quali lo sgombero di corpicini di insetti avvinti dal tempo o l’analisi di oggetti d’antico uso comune ma ormai lanciabili da un balcone qualsiasi) decisi di soffermarmi su alcuni particolari brutalmente irrilevanti, consonanti -d’altra parte- dunque col gusto del sottoscritto Gomesio il criptico; oltre agli angoli di buio e a qualche mobile dai ripiani vuoti (che invece alcune leggi non dette vorrebbero pieni), l’ombra puntiforme delle mie pupille cadde su una sorta d’involto di una serie cospicua di antiche chiavi. Tra queste, dopo qualche minuto di cernita scrupolosa (i cui punti focali non saprei dettarvi), ne rubai una quasi piccola, aggregandola subito dopo alle mie (utili e dunque effettive) altre: come allora, neanche adesso potrei avere il coraggio di affermare il significato di questo atto.
Come secondo piatto, invece, vi offro la narrazione di un evento successomi (ma ripeto, ancora una volta l’agente rimane pur sempre Gomesio il lucifugo) esattamente ieri: al ritorno da una giornata farcita di studio e pubbliche riflessioni sul nulla imminente dell’università italiana, guidando poco prima del mezzo del cammin della strada in cui abito, mi venne il giusto ghiribizzo di fissare il sole per alcuni secondi spezzettati; bruciore oculare a parte, definirei la sensazione provata come ‘ciecamente illuminante’, ma né la materialità della luce del sole né la cecità da questo causatami c’entrano qualcosa.
Che dovrei fare? Intravedere nel sole una specie di serratura e tentare di sbirciare oltre? Ardire ingenuamente e provare a puntare la chiave dissepolta verso esso per accedere all’Oltre? Sottolineare che Nulla vi è sarebbe quasi banale. Dal loro canto, ho scoperto che le mie formiche (che ancora si ostinano a zampettare) tendono ad addensarsi, con uova a carico, dove il mini-sole -conosciuto come “lampada”- della mia scrivania si avvicina di più alle pareti della loro teca: non so nemmeno se percepiscano calore, luce o tutti e due insieme. In ogni caso non hanno chiavi, concetti di serrature metafisiche o altre bucce di nulla: la cosa dovrebbe illustrarmi ancora una volta l’insegnamento di questo universo, ma io rimango sempre stupito. Il niente è scandalo.
Pochi giorni addietro ho colto il più spinoso frutto del seno del disarmante Oggi: tradotto in terricolo, potrei semplicemente affermare che ho ceduto al panottico dio facebook. L’evento, tuttavia, non è stato interamente negativo, né tuttavia particolarmente proficuo dal punto di vista dell’offuscamento del mio eterno malessere; certo, ho intercettato volti e menti di cui avevo perso ogni impronta, da taluni di essi ho ricevuto anche accenni di festeggiamenti (a dire il vero, più vaghi di scodinzolii di cani avvistati con un ipotetico cannocchiale), e d’altra parte ho “conosciuto” individui potenzialmente interessanti ma, per definizione, discontinui e lontani come gruppetti di nubi presso località decisamente ventose. L’unica cosa pregevole del misfatto è che posso condividere con diverse decine d’individui i miei pensieri (fortunatamente ancora rispettosi della mia sagoma esagonale di bara), corredati magari da video di giusta morte: superfluo, però, mi pare affermare che in pochissimi mi fanno avere notizie riguardo eventuali riflessioni (tenui o taglienti) che tali nodi di idee ed immagini avrebbero in loro causato.
Dato che su questo argomento mi sono stancato di riflettere e tradurre per iscritto le mie speculazioni, mi sembra più che opportuno (che volete farci, è pur sempre il blog di Gomesio lo straniato) ritornare al discorso formiche e/o animaletti simili. I minuscoli imenotteri racchiusi entro le casuali mura della teca in cui li ho a fatica riposti (dopo belle manciate di decine di minuti di costruzioni di trappole mielose, di calcoli balistici e di ulteriori ragionamenti -vani ed insignificanti al 90%-) scavano ormai da giorni: il gel (pare) commestibile che fa loro da sostrato presenta diverse vene cave, all’interno delle quali questi miei nuovi figli adottivi a sei zampe si esanimano senza posa. Tuttavia, arrivati a scavare sino ad una delle plastiche pareti della teca, o ritornando in superficie, o ancora senza un plausibile incontro di limite alcuno, le formichine sembrano perdere interesse e ritornano sui loro passi, incidendo magari con le mandibole ulteriori vie, o avvicendandosi in curiosi quanto (a mio avviso) ciechi balletti d’antenne e zampe. Come se non bastasse, poi, essendo presenti diverse uova (da cui cominciano a sbocciare minuscoli neonati pressoché trasparenti e, se possibile, ancora più vanamente semoventi), alcune formiche non fanno altro che prenderne alcune paia e spostarle in modo a mio avviso arbitrario. Alcune formiche sono morte tra i materiali di risulta, altre tentano ogni manciata di minuti di trovare una via di fuga dalla loro prigione cristallina; ma la cosa più penosa e graffiante di tutte è vedere la generale follia di tali imenotteri quando inavvertitamente urto la teca, mandando all’aria sia essi che le loro uova, nonché le loro macerie (alle volte non trovo alcuna differenza tra queste tre categorie, ahimé). Per essere breve, queste mie formiche mi stanno cominciando a fare pena, perché tra essi e l’umano universo che mi “abbraccia” (senza intenzione, io direi) comincio a tracciare i soliti paralleli, che mi tagliuzzano le pupille e allo stesso tempo mi estirpano dalla metaforica teca: e dove sono, io? L’oltre in cui mi trovo è ininterrottamente silenzioso.
Con un altro insensato esserino ho avuto una sorta di contatto, oggi: guidando, difatti, ho distrattamente notato un’anomala pallina presso la base del parabrezza della mia auto; volendo evitare di investire qualche passante ho però tralasciato questo puntiforme dettaglio, fino a quando -una cinquantina di metri dopo- un ulteriore puntuale rossore semaforico non ha arrestato il mio tragitto; volendo ricontrollare il puntino di cui sopra, mi accorsi che era vivente: di curiosa coccinella si trattava, la quale aveva percorso quasi del tutto la lunghezza verticale del mio parabrezza. Prima che sparisse (per poi finire chissà dove) sul tettuccio della mia auto, le lanciai un ultimo sguardo dubbioso, che tradotto verbalmente potrebbe suonare come “ma che cosa vuol dire tutto ciò?”.
Conclusione: le formiche che fanno e disfano biche di nulla nella teca sono simbolo di cieca umanità, e io ne sto fuori; tuttavia, almeno per un attimo, oggi mi sono sentito inspiegato e limitato insetto in un loculo trasparente, per quella coccinella di cui non ho saputo riferire bene né le intenzioni né la direzione. Forse io dovrei solo dormire.
La sera è lenta come un flusso di neve (pur non presentando candore né misurabile freddezza), i ricordi del giorno di ieri (che in un’altra mente e in un’altra vita avrebbero forse un’importanza meno che infinitesimale) e la sostanziale assurdità di alcuni tratti di quello che sta per passare sono sassolini nel cervello, non mortali né eccessivamente acuti, eppur fastidiosi: è dunque necessario che alleggerisca il mio cranio da tali pesetti, riversandoli con una certa dose di criterio (pur sempre relativo, eh) su questa tastiera, la quale accoglie le mie dita pur non ricordando per niente i germogli di mestizia che esse rilasciano. Ad ogni modo, per riassumere in cenni più che adeguati il mio primo maggio, potrei farvi pervenire lampi di ricordi relativi ad un’ascesa (in compagnia dell’amica disinteressata a molte cose) ad un paesello incastonato sulla cima di un monte inspiegabilmente in equilibrio, a sudori emessi per riscontrare dentro questo geometrico (eppur scaleno) paesello una certa piazza quasi ripiena di individui lì presenti per assistere a svariati concerti più che collaterali, a miei vagabondaggi solitari in orari crepuscolari in compagnia di finestre chiuse e gatti raminghi, al solare discutere (intervallato da piacevoli virgole orizzontali di sorrisi di palpebre e bocca, ai quali a mia volta -rarità abnorme- rispondevo parimenti) di una certa signorina compostamente amichevole, nonché al circostante intrecciarsi furioso e sommariamente dionisiaco di giovini e meno giovini.
Il giorno che sta per decedere, invece, mi ha visto disporre delle esistenze di alcune medio-grandi formiche, trovate in un barattolo (precedentemente riempito d’esse dai miei genitori) verso ora di colazione: senza perdere nemmeno un attimo, con l’ausilio di un sottile bastoncino le ho inserite una dopo l’altra (8 -inizialmente…- in tutto) in una teca contentente e un gel che loro dovrebbero ipoteticamente utilizzare come cibo (e nel quale dovrebbero realizzare gallerie e pozzi vacui) e rimasugli di arti e corpi di più antiche formiche da me un tempo introdottevi. Dopo un paio d’ore di esplorazione, alcune di queste 8 formiche hanno iniziato a creare una sorta di piccola fossa, del tutto immotivata (essendo essa situata presso una parte di gel distaccata in qualche modo dalla teca), distribuendo le zolle di risulta in modo totalmente asimmetrico, pur in una meticolosa ricerca dei punti adatti allo scarico. Dopo qualche tempo di scavi, le operaie insensate si sono inspiegabilmente radunate, come a parlottare tra loro: le loro antenne si muovevano come prossime al decollo dai rispettivi corpi, alcune di esse si sono persino poste in foggia bipede e solenne. Una, abilissima quanto miseriosa fuggiasca, è stata raccattata dal sottoscritto Gomesio il disperato in modo forse eccessivamente brusco: una volta ri-serrata nella vitrea cella, mi sono accorto che i suoi arti inferiori erano come bloccati. Subito attorniata da 3 colleghe, le quali con stranissime movenze di bocche (?) e zampe ne hanno parzialmente sanato i malanni. Dopo qualche tempo, tuttavia, la formica quasi risorta è decisamente morta, e ora giace accanto ad una mollica (da me introdotta) assurdamente intonsa e abbandonata in un angolo della teca: le altre formiche, quasi sempre ferme come morte, a tratti si risvegliano per fare qualcosa di immotivato (come corsette trapezoidali). Ho provato a sperimentare su di loro l’effetto di alcuni concerti brandeburghesi di Bach e di colorati pezzi di reggae italiano, ma non capisco nemmeno se riescano a sentire.
Azzerarsi come loro, tuttavia, sarebbe dolce: meno dolce, però, è il pensare di volersi (pur senza potersi) azzerare.
