Proverò, in unghie e squarci di sintagmi, a non spiegarvi quello che gonfia il mio respirare ciclico (ahimé) attuale; esigo potare binari verbali e connessioni al limite dell’umanamente immaginabile e del decentemente interessante: l’ombra (che a mio avviso colora le mie ossa, quasi fossi carne avvolta sulla liquirizia) disprezza momentaneamente i “ti capisco”.
Sopra un rettangolo collaterale, fuso eppur fisso in una scatola dagli orizzonti prevalentemente bianchicci (anche se offuscati e irrilevanti) ho versato le mie membra e, conseguentemente, l’oltre del mio grigiore. Sciolto su un nido curvilineo di papaveri (pulsanti tepore morbido, simili -per fioritura- a lontane luci che potreste aver visto sbocciare dalle finestre di qualche lontano edificio, ora che ci penso), mi sono accorto di proiettare gli stessi intrecci di sagome d’ombre di chi, sorridendo, con pelle e sussurri mi induceva a mantenermi in stato fluido, a chiazze di labbra, sulla pelle che ho dopotuto appena citato. Dita per vesti, fronde di capelli per cielo, ciglia su bocche per miglia. Eppure, nel bel mezzo del nido di papaveri, ricettacoli di spilli che rassomigliano (non chiedetemi come, qua siamo d’altronde senza fisica o bordi) a caramelle; dimesso e coraggioso, dal primo all’ennesimo li ho ingoiati amarissimo, e le istruzioni -non scritte ma soffiate sulle mie orecchie- indicano la presenza di ulteriori dozzine di questi ameni mortiferi. La mia gola, se attentamente osservata, riluce dei gomitoli (spezzati in molte code acute, come la foggia di certe esplosioni di giuochi pirotecnici nel cielo) in essa quasi cuciti: sangue che non vedrete zampilla, mentre la voce, quasi quasi, resta addirittura nei polmoni. Da lontano avevo avvistato sembianze d’armonia, schegge di sole: parole, forse, di chi non mastica quello che accoglie tra denti e lingua. Un suggerimento (ed insieme una lineare predizione) forse potrebbe giungere al mio cervello dalle vene che fanno capolino da alcune zone della mia pelle: il loro colorito è verdastro, ma so che è tutto un ischerzo del clima estivo. Di certo saranno nere, e in modo nerastro si svolge la trama del mio scorrere, nascosta e incerta come il procedere profondo delle mie pessime vene. Ora vi ordino di stare in silenzio per almeno un minuto.
